lunedì 4 gennaio 2021

Luisa, 5 anni, rischia la vita per un'infiammazione post Covid: salvata con cure sperimentali


                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Una storia a lieto fine. Quella della piccola Luisa, una bambina di 5 anni, colpita dal Covid circa un mese fa, salva grazie al pronto intervento dei medici del Santobono di Napoli. A raccontare l’ansia, e la preoccupazione, vissuta dagli stessi specialisti dell’ospedale pediatrico, è il direttore dell’Unità operativa di pronto soccorso, Vincenzo Tipo, che affida le sue parole a un post su Facebook.                                                                                                                                                        

Luisa prende il virus insieme con tutta la famiglia ma per fortuna è asintomatica e torna negativa quasi subito. Così riprende la vita di sempre: esce, gioca, si diverte e - scrive il direttore del Pronto soccorso - «è di nuovo felice». Una felicità destinata a durare poco: «Dopo circa tre settimane, - aggiunge il medico - compare febbre altissima, cefalea, congiuntivite e un violento dolore addominale. Viene portata in un ospedale della sua area di residenza. Ed ecco la diagnosi: peritonite. Da qui il trasferimento in sala operatoria». Per fortuna - scrive ancora Vincenzo Tipo - «un medico illuminato decide di non operare e trasferirla al Santobono. Non è convinto di quella diagnosi, c’è qualcosa che non quadra». Quando la piccola arriva al Santobono le sue condizioni sono già gravi: «Esami, radiografie, ecografie, visite specialistiche. Alla fine nessun dubbio: la bambina è affetta da Mis-C, ovvero “sindrome infiammatoria multisistemica correlata al Covid”». Fatta la diagnosi i medici partono subito con le terapie convenzionali ma niente sembra farle effetto. «La bimba peggiora - spiega Tipo - decidiamo di aumentare i dosaggi, modifichiamo le cure, associamo più farmaci. Luisa continua a non rispondere, il suo cuore inizia a dare segni di sofferenza: siamo a un passo dalla rianimazione». Non c’è molto da fare. «Ci presentiamo dalla madre, senza il coraggio di guardarla negli occhi, con un foglio tra le mani. È la richiesta di consenso a una terapia cosiddetta “off label”». Ovvero l’impiego di farmaci al di fuori delle condizioni autorizzate dagli enti predisposti. «La madre chiede, vuol sapere che cosa sta accadendo, è preoccupata ma firma, percepisce l’ansia nei nostri gesti. In breve tempo il farmaco arriva in reparto, lo iniettiamo. Intanto si fa sera, torniamo a casa, ma i nostri cellulari restano accesi: ci scambiamo messaggi di continuo. Al mattino seguente siamo tutti lì prestissimo. La collega del turno di notte ci accoglie con un gran sorriso: è sfebbrataaaaa!!!».  


                                                                                                                                                      
                                                                                                                                                      
Inizia così una lenta, lentissima ripresa. Luisa ricomincia a mangiare, a interagire con i medici e con la sua famiglia, vuole perfino disegnare. «Passano i giorni - racconta ancora il direttore del Pronto soccorso - e i miglioramenti sono importanti. Fino a quando, passo dopo passo, è arrivato il momento del rientro a casa. Ora è felice, sorride... vuole andare via dall’ospedale e correre ad abbracciare il papà. Restiamo un minuto con la mamma per salutarci. Ci consegna i disegni della bimba: un foglio tutto nero che evidentemente rappresenta lo stato d’animo dei primi giorni. Poi un altro in cui ritrae medici e infermiere e insieme l’arcobaleno. Lo ha fatto quando ha iniziato a sentirsi meglio. Infine il ritorno alla normalità: Luisa disegna lei stessa che gioca. Sfogliamo quel quaderno e gli occhi diventano lucidi. Troviamo una scusa per andare a fare altro con la speranza di fermare quelle lacrime. La porta del reparto si chiude: Luisa e la madre entrano in macchina. Un ultimo saluto prima di riprendere la nostra normale attività. Neanche il tempo di mettere a posto i documenti di Luisa ed ecco che chiama il 118. Si è alzato in volo un elicottero da un’altra regione. Ci stanno portando Francesco, 12 anni, febbre alta, troponina alle stelle, dolori addominali, già positivo al Covid: un’altra Mis-C, affiliamo le armi. Dal Pronto soccorso intanto sta salendo Tonia, 4 anni, stessa storia. Questo maledetto virus è subdolo e può far male, molto male, adulti e bambini, non guarda in faccia nessuno. L’unica arma per fermarlo è il vaccino. Io lo farò - conclude il medico - per me stesso, per la mia famiglia ma anche per Luisa, Francesco e Tonia».

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